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Pielonefrite acuta non complicata

Abbreviata con l’acronimo PNA, la pielonefrite acuta non complicata è un’infiammazione del rene: spesso è caratterizzata da febbre alta accompagnata da brividi, spossatezza e forti dolori al fianco all’altezza del rene (con una sensibilità elevata alla pressione applicata sul punto dolente del paziente), nausea o vomito, disturbi della minzione.

L’ulteriore presenza di materiale purulento nelle urine conferma la diagnosi,  a tal punto che,  in tutti i pazienti con sospetta PNA dovrebbe essere effettuata un’ urinocoltura (negativa nel 20% dei casi) ed in quelli ospedalizzati anche una emocoltura (positiva nel 15-20% dei casi).

Nella PNA senza evidenza clinica di calcolosi o di anomalie urologiche gli agenti patogeni più frequentemente riscontrati sono: E. coli (80%), Proteus mirabilis, Klebsiella pneumoniae,  Stafilococcus saprofiticus.

In presenza di un quadro clinico di moderata gravità con assenza di nausea e vomito il paziente può essere seguito ambulatoriamente con terapia orale costituita da un fluorochinolone come ciprofloxacina (500 mg x 2/die per 7 giorni) o levofloxacina (750 mg/die per 5 giorni) oppure, in alternativa, da sulfametoxazolo + trimetoprim (160/800 mg x 2/die per 14 giorni) se l’agente infettante è risultato sensibile a tale combinazione antibiotica.

Nei pazienti con nausea e vomito e quadro clinico grave (es. setticemia con instabilità emodinamica) sono indicati il ricovero ospedaliero e l’istituzione di un trattamento antibatterico per via parenterale con un aminoglicoside (ad es., gentamicina 1-1,5 mg/kg ogni 8 ore) associato o meno ad ampicillina (1-2 g ogni 6 ore).

La terapia antibiotica, che deve sempre basarsi sulle indicazioni delle urinocolture e delle emocolture, va effettuata per via parenterale sino alla remissione della febbre (che in genere avviene dopo 48-72 ore) e successivamente proseguita per 14 giorni.

Trattamenti di durata superiore non si sono rivelati più efficaci, neppure in pazienti con emocolture positive; trattamenti più brevi (5-7 giorni) potrebbero non garantire la completa eradicazione dell’infezione.

Nelle donne in gravidanza possono essere impiegati, per la terapia parenterale, il ceftriaxone o la gentamicina, eventualmente  associata all’ampicillina.

Estratto da “Infezioni delle vie urinarie nell’adulto”
Prof. Giovanni Garini, Specialista in Medicina Interna e Nefrologia

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